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Torna la' dove ti chiama la tua coscienza
di Alessandro Caroli


 

Prefazione

Consapevoli e poetiche, le parole di Alessandro Caroli, curiose dell’esistenza:

Oltre i monti, oltre i mari
Il mio sguardo fisso meno
Sulle ali del pensiero
Ove mai approderò?

Lo scrittore, a distanza di anni, rilegge il suo diario che è avvolto in un nastro celeste. E scrive:

Or che gli anni più verdi non sono, sperar non mi è dato, né di sogni e chimere il cor mio è capace. E allor ben venga il duol del ritorno di cose pur anche mai avverate,

Scrivere un diario è scrivere di sé, assorbe aspetti del vivere che altrimenti sfuggirebbero.
Il libro è diviso in diversi racconti in cui lo scrittore interpreta la realtà per coglierne l’aspetto psicologico: Caroli intende sviscerare i pensieri della mente alla luce di tanti interrogativi che “si perdono nella vita umana”.
L’autore cerca quella dimensione di vita in cui l’uomo, libero dalle passioni, innalza il suo pensiero al di sopra della stessa umanità in cui vive ma da cui si può concedere il sollievo, se non il piacere, di astrarsi.
E dall’alto egli la osserva mentre si affanna per sopravvivere, la giudica, si rivede in essa, e finalmente riesce a capire che “la vita non è quella che volevamo ma un’altra a noi estranea costretti,come siamo stati, ad adattarci ai nostri simili”: così osserva realisticamente le inquietudini e i conflitti interiori dei personaggi.
Le diverse scelte dei protagonisti creano tutta una serie di situazioni, possibili e paradossali ad un tempo, che lasciano ampio spazio alla riflessione e all’immaginazione: “Lidia e Adele coltivarono quella stupenda ed esaltante amicizia per anni e anni a discapito dei loro mariti…”
Secondo Caroli l’altalena di sentimenti ed emozioni che caratterizza i suoi personaggi rispecchia il continuo susseguirsi degli eventi della vita nella loro imprevedibile alternanza, chi è “fatta di momenti di forti tnerezze e laceranti ferite, di nostalgie e di rimpianti, di speranza disperazione”.
Lo scrittore ‘indaga’ l’individuo, i meccanismi psicologici, per cui “si maschera a se stesso, si auto-inganna”, citando Freud.
I pensieri dell’autore indugiano sul destino umano: gli si apre davanti una concezione della vita molto più ampia e su questa attarda il suo pensiero in un continuo arricchimento che forma la sua completa personalità; lo capiamo quando scrive:

Noi esseri umani siamo l’uno differente dall’altro, le conclusioni cui approdiamo non sono le stesse, in quanto ciò che ci arriva dallesterno passa attraverso la trafila della nostra struttura psichica che è diversa da quella degli altri, per cui la rappresentazione dei rapporti umani risente della propria identità di uomo che non riesce a cogliere la completezza delle interazioni tra gli esseri umani.

Ciò che interessa lo scrittore è la ricerca di sentimenti autentici: la sofferenza non deve necessariamente spaventare, e Caroli lo dimostra mettendo sul piatto della bilancia la propria vita e cercando di comunicarla agli altri usando anche il linguaggio poetico:

Tu, essenza divina,
porgi a noi il tuo seno materno per gioire di te,
tu che offri amore, gioia e felicità.
E non dovremmo mai opporti un rifiuto,
anche quando tu ci doni dolori
che annientano in noi la gioia di averti.

Le emozioni e i pensieri prendono corpo attraverso un tono malinconico che sa di arrendevolezza dolce-amara di fronte a un fato che resta pur sempre incomprensibile.
Lo scrittore Caroli racchiude in sé i diversi ‘ruoli’ del romanziere: è insieme osservatore e sperimentatore; considera l’arte come una riproduzione oggettiva del reale, governata dalle leggi della natura; e mette in luce le cause dei fenomeni sociali, inducendo la società stessa a intervenire per modificarli e migliorarli.
Ed è proprio da questa necessità profonda che nasce la perenne attualità di storie che si intrecciano affascinando parola dopo parola perché rappresentano e raccontano sentimenti profondamente radicati nell’animo umano, in cui tutto ha un senso anche là dove la coscienza non sembra giungere a fare ordine nel cos sublime dell’esistenza.
Teresa Marino

Nota dell’autore

In un tardo pomeriggio di settembre mi ritrovai, quasi senza saperlo, immerso com’ero nei miei pensieri che lasciavano libere le mie gambe di muoversi a proprio agio, sulla riva di una spiaggia deserta dell’Adriatico.
Se i miei pensieri indugiavano sul destino umano, le mie gambe davano la prova che nulla è dovuto al caso, anzi offriva l’occasione propizia per fare avverare vicende guidate dal fato.
Mi ero appena seduto sull’arenile, ove lo sciabordio di piccole onde scandiva un ritmo uguale a quello del mio cuore mente dialogava con la mia mente nel tentativo di offrire al mio pensiero, che a volte avvertiva una immensa solitudine, una forza che non era perentoria o tiranna, ma lasciava adito a persuasioni e convincimenti che non tutto è male nella vita umana. Anche se esiste un destino, tuttavia esso può essere non solo maligno ma anche benigno, anzi la malvagità è necessaria per arrivare al Bene.
Il mio sguardo, a tratti, si spingeva verso l’orizzonte che mi era tutto intorno, e quando cercava di andare di là da questo, incitava il mio pensiero ad accompagnarlo. Ma quando ho avvertito una stanchezza che precludeva ogni ulteriore sforzo, lo sguardo si abbassava lungo la distesa del mare e trovava ristoro nell’ondeggiare di quelle acque come una culla, ricordo della mia prima infanzia.
E quel mondo fiabesco dei miei primi anni di vita si trasformava in voci di ninfe, di naiadi e di elfi marini che mormoravano un canto d’amore.
Ma fui scosso all’improvviso da un suono che non era più un canto ma un tintinnio di un cristallo spinto contro un piccolo scoglio vicino.
Abbandonai subito quella dimensione quasi onirica che mi aveva incantato, e il mio sguardo si raggomitolò su sé stesso indicandomi un piccolo barilotto in vetro, a forma di bottiglia, e che animato da una forza che lo spingeva alla fine del suo corso, si dimenava in prossimità dove mi trovavo.
Mi alzai, e, curioso, dopo vari tentativi di cogliere il momento giusto per afferrarlo nell’acqua dove si agitava, lo presi tra le mie mani. Lo sollevai, e notai un rotolo spesso di carta racchiuso in esso. Un tappo a chiusura ermetica, mi assicurava l’asciuttezza del contenuto. Non sapevo come aprirlo. Mi feci coraggio e reggendolo col fondo ruppi sullo scoglio il collo.
Mi affrettai ad inserire la mia mano, ma mi ferii e alcune gocce di sangue caddero su quei fogli.
Me ne rammaricai non tanto per la ferita che pure mi bruciava, quanto di averli imbrattati di un liquido che non gli apparteneva. Capovolsi la bottiglia rotta e con l’altra mano ne raccolsi tutto il contenuto.
Era un rotolo fatto almeno di una ventina di pagine, scritte a mano, ma con una calligrafia così perfetta che suscitò in me una invidia per il suo autore, io che ne avevo una pessima.
Ripresi lo stesso posto di prima e mi immersi nella lettura di un racconto lineare, come se fosse un’autobiografia che si articolava in episodi e vicende narrate da un semplice cronista nella loro schematicità direi quasi arida, anche se rivelava un dramma vissuto. Erano avvenimenti che si susseguivano senza alcun commento come se fossero dei capitoli di uno storico che deve raccontare i fatti senza aggiungere nulla di suo.
Alcune pagine, le più drammatiche, le rilessi più di una volta per rappresentare nella mia mente non solo le vicissitudini ma anche ciò che mancava: le emozioni, i sentimenti, la dinamica spirituale da cui scaturivano quelle vicende.
Ormai imbruniva e, mettendo in tasca quel rotolo, mi avviai verso casa.
Io vivo solo, voglio dire senza alcun familiare, ma con me vivono tutti gli spiriti dei grandi uomini le cui opere hanno arricchito la mia identità d’uomo.
Seguì poi una cena frugale, e spezzavo il pane con le mie mani quasi a voler raffigurare in quell’atto la rottura dell’equilibrio psichico di quell’autore anonimo, vittima del male; e lo mangiavo per assorbire in me il suo dramma che io dovevo far rivivere con la veste letteraria di un romanzo
Infine, senza mai dare una soluzione di continuità al mio proposito, sono andato a letto, ma non per dormire, bensì per presentare ai miei lettori quell’angoscioso racconto.
L’indomani mattina ero già pronto ad assolvere il mio compito. E lascio parlare quell’autore sconosciuto, guidato però dal mio stile di scrivere che indugia spesso a considerazioni filosofiche.

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